Parlare in pubblico e comunicazione

Parliamo di public speaking e comunicazione con Patrick Facciolo. La comunicazione è un processo. In che senso? Approfondiamo nell'articolo.

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Il public speaking è molto più di un concentrato di regole, ma la consapevolezza di un processo dinamico dettato da fattori di imprevedibilità ancorati sempre al presente.

“La credenza che la realtà che ognuno vede sia l’unica realtà è la più pericolosa di tutte le illusioni”         

                                                                                                      Paul Watzlawick

Public speaking cosa s’intende

Se digitiamo su Google il termine public speaking i primi risultati di ricerca sono quelli che sintetizzano una parola che ad oggi rappresenta un potenziale universo, con annessi multiversi – se vogliamo ricollegarci al trend dell’industria dell’intrattenimento che in questo termine ne ha individuato la strada per infinite narrazioni – in un mix di numeri a piacere di tecniche infallibili,  regole d’oro o guide definitive per parlare bene in pubblico.

Siamo davvero sicuri che una ricerca così possa condurci sulla strada per diventare degli impeccabili oratori?

La verità è che la dinamicità del linguaggio conseguente a cambiamenti sociali, economici e linguistici che interessano i contesti più disparati della nostra realtà, rende davvero impossibile sintetizzare in una guida le molteplici sfumature tecniche ma anche emotive di una pratica che in realtà non si ferma mai ed è in continuo arricchimento.

Questo non vuol dire che non vi siano suggerimenti, consigli o delle tecniche che possano migliorare la nostra capacità di public speaking, ma semplicemente l’argomento è molto più articolato di quanto possa sembrare e può cambiare anche a seconda della nostra personalità, competenze e percorso.

Comunicazione e public speaking, Patrick Facciolo

Una buona comunicazione comincia sicuramente da un approccio consapevole ai meccanismi della comunicazione stessa e di conseguenza anche del linguaggio. Come sottolinea Patrick Facciolo, Dottore in tecniche psicologiche, speaker, giornalista e formatore sui temi del public speaking:

La comunicazione non è un processo che si studia una volta, ma è in continuo cambiamento, così come cambia la società. Si tratta di un processo dinamico, mai statico. Non possiamo considerare la comunicazione qualcosa di chiuso, non vive di regole certe ed eterne ma vive di imprevedibilità e momento presente, è destinata sempre a cambiare”.

Questa è la prima consapevolezza che dobbiamo sviluppare e che già basterà a cambiare totalmente il nostro approccio all’universo comunicativo. Pensiamo infatti a come la pandemia, fenomeno imprevedibile piombato nelle nostre vite e con cui stiamo imparando a convivere, ha rivoluzionato totalmente anche il nostro modo di comunicare, che sempre più spesso si esprime facendo ricorso ad un monitor e un microfono. Quest’esperienza però ci ha mostrato come un atteggiamento propositivo, pronto a cogliere nuove sfide stimolanti di crescita ci aiuti a superare una naturale resistenza iniziale di fronte ai cambiamenti e a sviluppare nuove potenzialità. D’altronde come in natura nulla resta uguale, così il cambiamento allo stesso modo appartiene alle nostre vite costantemente come una componente naturale, e non può quindi che riguardare anche la comunicazione.

Comunicazione in pubblico

La comunicazione non esiste come parola statica quindi, ma è un processo dinamico in continuo divenire, che si scontra inevitabilmente con la nostra esigenza di ridurla, sintetizzarla in regole che rendano la sua visione rassicurante. Ma compiere l’operazione di chiuderla in una visione chiusa, rischia di offrirci una visione limitante quando la stessa realtà in cui viviamo è un continuo divenire. Un esercizio che dovremmo fare con il nostro stesso linguaggio, è tramutarlo già nelle espressioni che decidiamo di utilizzare in qualcosa che lascino sempre un margine di possibilità e non in sentenze limitate o limitanti. Ad esempio, affermare che “non sono bravo a parlare in pubblico” è una forma di linguaggio statico perché afferma un mio modo di essere definitivo, ma esprimersi con un’espressione descrittiva come “le uniche tre volte che ho parlato in pubblico non mi sono sentito particolarmente a mio agio”, offre l’ipotesi che ci potranno essere delle altre possibilità, che potranno essere migliori oppure no.

Comunicare efficacemente, linguaggio chiaro e preciso

La comunicazione oggi è alla portata di tutti.

Prima dei mass media l’approccio alla comunicazione era limitato a chi poteva accedere alla radio e alla tv, con internet invece comunicare è alla portata di tutti. Inevitabilmente questo comporta una maggiore responsabilità e consapevolezza dei propri mezzi tecnici ma anche linguistici: la chiarezza ad esempio è sempre alla base di una buona comunicazione che risponda coerentemente al suo fine ultimo, mettere in relazione. 

C’è bisogno quindi di interrogarsi su quanto il nostro linguaggio nell’esprimere un concetto sia davvero preciso, come spiega Patrick Facciolo:

“Nel 2013 ho pubblicato un libro dal titolo Crea immagini con le parole. Racconto quanto è importante descrivere con le parole le immagini che abbiamo davanti realmente: spesso infatti usiamo un linguaggio astratto, dando scontati elementi che sono chiari nella nostra mente ma che quando comunichiamo non trasmettiamo con la stessa efficacia.

Se voglio comunicare al mio ascoltatore “mela verde” non potrò dire frutto, che fa parte della categoria più astratta perché ognuno penserà ad un frutto diverso. C’è il rischio che voglia dire una cosa ma ne arriverà un’altra: e lo stesso vale se dirò solo mela, senza dire che la mela è verde.

Le parole devono descrivere precisamente quello che comunichiamo. Non possiamo dare per scontato che quello che io immagino o intendo sarà compreso anche dal mio ascoltatore: dobbiamo illustrare quello che diciamo, questo vuol dire prendersi cura del pubblico”.

Comunicare in maniera precisa quindi è una necessità, ed è l’unico modo attraverso cui arrivare ad un interlocutore, che sarà sempre diverso da chi parla e da tutti gli altri interlocutori: d’altronde ognuno anche di fronte a stimoli differenti reagisce sempre in maniera diversa. Ecco perché la nostra esigenza di apprendere una regola o un metodo per comunicare bene è un desiderio legittimo, ma che deve unicamente concentrarsi sul comprendere come possiamo comunicare bene tenendo conto delle numerose varianti che caratterizzeranno il contesto in cui avviene la comunicazione.

Parlare in pubblico è mettersi in relazione

Alla base della comunicazione c’è sempre il rapporto con l’altro, il nostro desiderio, esigenza, necessità di metterci in relazione con l’altro. Ne parliamo in questo podcast con Patrick Facciolo.

Una relazione che c’è già nel momento in cui si parla perché ogni nostro atto è in relazione al mondo in cui viviamo. Ecco perché anche quando parliamo di public speaking è fondamentale avere una visione d’insieme, e forse come sottolinea Patrick Facciolo, è la stessa parola public speaking a generare un limite, a farci credere che ci possano essere delle regole di riferimento a cui poterci appellare e consultare.

In considerazione di una comunicazione dinamica, quindi in continuo cambiamento, è fondamentale sviluppare la consapevolezza di sviluppare una comunicazione che tenga sempre conto del momento presente. A riguardo, prezioso può essere soffermarsi sui benefici della Mindfulness, come suggerito da Patrick Facciolo: “La Mindfulness è tradotta genericamente come consapevolezza, ma è un’esperienza, una serie di pratiche di meditazione che vanno praticate più che raccontate, e che ci permettono di sviluppare una consapevolezza che ci fa stare ancorati al momento presente che viviamo, senza lasciare che la nostra inconsapevolezza ci trascini in un vortice di pensieri rivolti al passato o al futuro”.

Essere ancorati al presente nella comunicazione e nella lettura a voce alta

Essere nel momento presente, viverlo, assaporarlo, come può insegnarci la Mindfulness è un percorso prezioso anche per migliorare il nostro approccio alla lettura a voce alta, invitando chi legge a stare nel momento, senza chiedersi cosa penseranno gli altri, ma semplicemente concentrarsi su quella pagina, sul desiderio di regalare e condividere emozioni con chi ci ascolta.

La capacità da sviluppare, e che può essere raggiunta con una pratica costante è quella di non farci trascinare da un qualsivoglia pensiero nel momento in cui siamo concentrati nella nostra lettura, ovvero “lasciare andare”: ogni pensiero può essere vero o falso, perché ogni idea che possiamo avere sulla sua natura inciderà sulla nostra emozione, modificando la neurofisiologia del nostro corpo e il nostro modo di utilizzare la voce.

Abbandonare ogni tipo di aspettativa, concentrarsi sul momento presente e abbandonarsi al flusso dell’emozione che stiamo vivendo è l’unico modo per vivere appieno e aderire con corpo, voce e mente alla pagina che stiamo leggendo, lasciando che siano gli altri a godere della nostra performance, senza interrogarcene noi nel momento dell’esecuzione. E seppure vi sarà un errore, imparare a perdonarsi e chiedersi il perché non si è soddisfatti di quel risultato basterà per lavorarci e fare meglio la prossima volta.

Il falso mito dei modelli di comunicazione

Ad ognuno la sua “regola”, ovvero spontaneità.

E a proposito di aspettative: quante volte osservando politici, oratori o speaker, li erigiamo a nostri modelli da voler emulare e raggiungere a tutti i costi?

Questa è decisamente il tipo di aspettativa che in realtà non può che rovinare il vostro impegno a lavorare su una comunicazione efficace, ma soprattutto su misura a seconda della propria personalità, formazione, punti di forza e punti di debolezza su cui lavorare. 

Come ci spiega Elisa Colleoni in questo podcast, attrice, formatrice teatrale e docente di storia del teatro, che si occupa proprio di migliorare la comunicazione di professionisti, artisti e coach attraverso un percorso personalizzato che lavora proprio sulla persona e le sue potenzialità,

Mettere una regola su una persona è una forzatura, e non è detto che la stessa regola vada bene per tutti. Quando lavoro con i miei allievi partiamo dalle loro caratteristiche, dalla loro voce, da come si muovono e come gestiscono un discorso. Limiamo i punti di debolezza ed esaltiamo quelli di forza”. Il rischio infatti è che pensare ad una regola di public speaking valida per tutti, rischi di rendere poco spontanei, ecco perché ognuno deve cercare il suo modo di comunicare: “Essere spontanei, essere convincenti, dare  impressione di essere padroni di quello che si fa è fondamentale, evitando qualsiasi schema rigido anche nella fisicità. Ognuno deve ricercare il suo modo di comunicare, espressione anche della sua personalità, sensibilità e del ruolo che ricopre. La comunicazione cambia anche in base al professionista”.

Quando si parla di spontaneità, ci riferiamo naturalmente ad uno studio, allenamento ed esercizio che tenga conto dei nostri punti di forza e debolezza, e non di una comunicazione pubblica improvvisata. Potremmo dire anzi che la spontaneità nella comunicazione è un punto d’arrivo, ed è frutto di una naturalezza nel comunicare che a seconda del contesto e dei nostri obiettivi, va compreso in che modo e quando vada valorizzata, in altri casi limata o potremmo dire impostata.

Impostare la voce è un’operazione a cui si guarda spesso con un certo scetticismo ed immediatamente associata ad un artificio, ma in realtà in una visione di insieme l’impostazione della voce è strettamente legata alla nostra intenzione, al fine per cui la impostiamo. Una voce impostata ai fini di una comunicazione efficace, per trasmette un’emozione, rispettando quindi una postura e una respirazione corretta è un lavoro richiesto a chiunque lavori con la voce e che non rappresenta alcun artificio purché ricerchi sempre una verità e non avvenga per dare un’immagine ideale di sé stessi ai fini di una manipolazione.

La voce impostata quindi è una voce libera da ostacoli, e non va assolutamente associata

alla declamazione o al concetto estetico del bel dire, ma ad un dire naturale. Si tratta di una voce educata, naturale per il fine da perseguire: ad esempio, un doppiatore imposta la propria voce in maniera diversa di un attore a teatro, perché attiverà risuonatori diversi che risponderanno anche ad una timbrica differente. Oggi infatti più che mai la tendenza è quella di lavorare su una voce educata ad una corretta emissione, ma che sia quanto più naturale possibile, mirata alla ricerca della veridicità che restituisca un’emozione autentica.

Public speaking e lettura: come non perdere “il filo della lettura”

Non di rado ad un presentatore capita di dover leggere un testo o una descrizione nel mezzo di una presentazione, magari per introdurre un progetto, valorizzare ulteriormente un discorso, presentare una persona che di lì a poco si esibirà, per premiarla o semplicemente per rendere noto al pubblico dettagli sulla sua carriera o sul suo operato. Non sono pochi però che dinanzi ad un compito apparentemente semplice rischiano di perdere il ritmo perfettamente sostenuto nel corso di una performance e di conseguenza anche il flusso emotivo ed empatico fino ad allora stabilito con il pubblico.

L’errore in cui si cade è quello di sottovalutare la lettura, concepirla come qualcosa di estraneo, ma esattamente come il parlato è comunicazione: il passaggio da una performance di public speaking ad una lettura deve sempre avvenire in maniera fluida, così da non perdere mai anche il contatto con il pubblico e la padronanza dell’intera performance. 

La lettura di un testo, di qualsiasi natura sia, è un continuum, un’appendice funzionale e necessaria, che deve arrivare al pubblico. Meglio ancora anche è se si può dare uno sguardo generale alla lettura in precedenza, identificando anche se ci sono parole scivolose o difficili, straniere. L’obiettivo deve essere quello di lavorare al massimo perché il flusso comunicativo ed emozionale sia continuo, ai fini di una performance gradevole ma soprattutto omogenea senza cali d’attenzione.